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Istituto Comprensivo di Maiori

 

Notizie ed approfondimenti dei ragazzi dell'Istituto sulla Collegiata "SANTA MARIA A MARE"

 

La Collegiata di Maiori

Maiori cittadina della Campania centroccidentale, in provincia di Salerno. E’ situata sulla costa meridionale della penisola sorrentina lungo la Costiera Amalfitana allo sbocco della valle dei Tramonti. E’ l’antica Reginna, detta poi Maior, pe r distinguerla dalla vicina Minori (Reginna Minor). Fece parte della repubblica di Amalfi(XII secolo) e nel seicento fu dichiarata città regia da Filippo IV. Delle antiche fortificazioni rimangono alcuni resti (Torre dei Saraceni, Torre di Milo al Casale), mentre dei 5 conventi “storici” rimane quello dei frati francescani. L’ abitato disposto ad anfiteatro sul mare, è dominato dalla grande cupola rivestita in maioliche colorate della Chiesa di Santa Maria a Mare orginaria del XII secolo, ma rimaneggiata nei secoli successivi, notevole anche il santuario di Santa Maria delle Grazie. Alcuni edifici del centro storico sono stati danneggiati dalle alluvioni del 1910 e del 1954. Basa la sua economia sul turismo ed è rinomata per la produzione di limoni coltivati negli agrumeti della zona. Gli abitanti sono detti “maioresi”.                              

                                                      La città di Maiori

Suggestivo paese della Costiera Amalfitana, disposto ad anfiteatro nel punto in cui la valle di Tramonti si apre sul mare, Maiori nell’antichità era noto come Reginna dal nome del torrente che attraversa l’abitato. In seguito la località fu chiamata  Maior per distinguerla dalla vicina Reginna Minor, l’attuale Minori. Di probabile fondazione romana, nell’Alto Medioevo, Maiori fece parte del Ducato napoletano fino IX secolo quando, saccheggiata dal duca di Benevento Sicario,chiese la protezione della nascente Repubblica di Amalfi. Fu proprio a causa di questo legame che nel 1135 e nel 1137 la cittadina fu messa a ferro e fuoco dai pisani.La fine dell’indipendenza Amalfitana e il susseguirsi di dominazioni nel territorio campano, determinarono l’incremento della costruzione, già iniziata a partire dal IX secolo di torri e mura per proteggere l’abitato dagli attacchi provenienti dal mare. Maiori, mantenne così una certa importanza portuale e per questo nel 1622, Filippo V la elevò a città regia. Ma lentamente l’attività marittima, subì una contrazione a favore dell’agricoltura nel XX secolo, del turismo. Il 26 ottobre 1954 il paese fu sconvolto dall’alluvione che colpì il Salernitano provocando gravi danni. Sul litorale di Maiori sono ancora visibili numerosi resti delle mura di cinta soprattutto in via Casa Mannini  e delle torri disposte un tempo intorno al paese in particolare in via Casale. Il centro del paese è sovrastato dalla grande cupola, ricoperta di mattone maiolicate della Chiesa di Santa Maria a Mare. L’edificio che può essere raggiunto costeggiando il torrente  canalizzato, fu eretto nel XII secolo e venne poi più volte rimaneggiato. L’ultimo intervento risale al  XIX secolo e fu eseguito su disegno di Pietro Valente (1796-1859). L’interno si articola su tre navate separate da pilastri e presenta un soffitto a cassettoni dorati d’epoca cinquecentesca. Sull’altare maggiore è posta una statua del XIV secolo secondo la tradizione portata miracolosamente dal mare, raffigurante la Vergine col Bambino. Nella sacrestia sono conservate notevoli opere: una scultura in legno che raffigura una Vergine col Bambino in gloria, un paliotto d’alabastro di manifattura inglese del XV secolo con scene dell’Annunciazione della Vergine, dell’incoronazione di Maria e con San Giacomo e San Margherita, antichi parametri sacri e le antiphonarie donate dalla regina di Napoli: Giovanna D’Angiò. Nel tesoro è conservato un cofanetto-reliquiario della scuola degli Embriachi (XIV secolo) in ebano e avorio. Sotto la sacrestia si apre una cripta con un bel pavimento maiolicato. A pochi Km dall’abitato si trova il Santuario di Santa Maria delle Grazie, interessante per la crocifissione della scuola di Andrea Sabatini  (1480-1530) visibile nella seconda cappella a destra e per il fonte battesimale un marmo del XIII secolo, nella prima cappella. In direzione di Salerno a 4 Km dal paese sorgono tra le rocce i resti dell’Abbazia di Santa Maria De Olearia, trasformata in casa colonica. Questa Abbazia benedettina, conosciuta anche con il nome di “Catacombe di Badia”, sorse nell’XI secolo sul luogo dove nell’873, due anacoreti avevano costruito un’edicola votiva. Intorno a Maiori inoltre è possibile fare alcune escursioni interessanti in direzione nord-est sorge a 873 m di altitudine il santuario di Santa Maria  Avvocata, suggestivo per gli alpinisti è “L’UOMO A CAVALLO” un costone  roccioso di 420 m su cui si ergono tre alti campanili. Il santuario dell’Avvocata che sorge sul Monte Falesio, trae la sua origina nell’anno 1485, a causa di un avvenimento verificatosi per prodigio della Vergine che apparse sottoforma di colomba ad un pastorello di nome Gabriele Cinnamo.  A maggio si svolge la processione. C’è poi il castello di San Nicola del Thoro Plano eretto nel IX secolo per difendere la città dalle scorrerie longobarde, alcuni ne farebbero risalire la vera origine ai barbari stessi, al principe beneventano  Sicario. Al tempo del Ducato, insieme ad altri castum, diede vita al sistema difensivo amalfitano ad un tempo: punto d’avvistamento e d’estremo rifugio in caso cedessero i baluardi posti a valle. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel XV secolo venne ristrutturato, ed oggi ci perviene quasi intatto. A forma di poligono irregolare  misura un perimetro di circa 450m su una superficie di circa 7500 mq. Le mura, dotate di spalti e contrafforti sono intervallate a 9 torrette semicircolari poste a vari distanza fra di loro. L’interno, attrezzato per accogliere più centinaia di cittadini (Cerasuoli) conserva casolari, magazzini, cisterne ed i ruderi dell’antica chiesetta di San Nicola quale prenderebbe il nome l’intero complesso. Da Maiori sono raggiungibili, via mare, anche alcune grotte: la più suggestiva è la grotta di Pannona, detta così forse a causa del muschio che ricopre la pareti fino a costituire quasi un drappeggio. In questo anfratto ornato da moltissimi stalattiti l’acqua assume, al mattino,riflessi dalle mille tonalità.

                                 LA COLLEGIATA DI S. MARIA a A MARE

                   Nelle memorie della città di Maiori, sembra che una triste sorte perseguiti le vestigia di un passato non indegno, laddove queste dovrebbero costruire un patrimonio da custodire gelosamente. Vero è che la prorompente, egemonica vivacità di Amalfi, capoluogo dell’antico stato, con la sua ricca storia documentata, con i suoi monumenti insigni, ha collocato in ombra le vicende e le manifestazioni storico - artistiche delle altre città del Ducato, che condussero alla fondazione della chiesa principale, e ai vari rifacimenti e modifiche apportati nei secoli, sino a farle assumerle l’aspetto attuale. Com’è noto, su quella rupe, vi era in origine una specie di fortino, costruito subito dopo la fondazione del primo nucleo abitato. Sta di fatto che il fortino resse a tutte le ingiurie del tempo e degli uomini, fino a quando Sicardo condusse una spedizione contro Amalfi e Sorrento. Sorrento riusciva a resistere mentre le città amalfitane furono espugnate. I Maioresi ricostruirono, rafforzarono e ampliarono il fortino trasformandolo in una poderosa rocca munita di torrioni. La rocca fu intitolata a S. Angelo, da una vetusta chiesetta esistente nei pressi e dedicata all’Arcangelo Michele. Nel XIII secolo, ad opera degli Svevi, si cominciò a demolire parzialmente quell’opera fortificata, si era reso necessario dopo l’ elevazione del tempio a Basilica e la sistemazione in essa rettoria di S. Maria a Mare. Questa era infatti la nuova dedicazione dopo il fortunoso ritrovamento, nei primi anni del secolo, della statua lignea della Madonna in una balla di cotone, ripescata dal mare di Maiori. Nel XIV secolo il torrione predetto venne trasformato in campanile con la sopraelevazione di una struttura ottagonale sminestrata, con bifore e trifore, la chiesa era stata retta in Collegiata, nel anno 1529 fu arricchita con la costruzione del grandioso soffitto a cassettoni, successivi rimaneggiamenti e restauri furono eseguiti nel 1662, 1671 e nel 1748. Infine nel 1832 l’amministrazione del comune di Maiori.  Pietro Valente resosi conto dell’impossibilità di un semplice ampliamento, ideò il capovolgimento totale dell’orientamento della Chiesa. I lavori furono più volte sospesi per l’esaurirsi dei finanziamenti.  Il campanile è la parte della chiesa più recente e di  questo si è venuto a  conoscenza grazie ad un quadro da Antonio Gambardella ex dipendente comunale.

                            LA FACCIATA IN STILE SETTENTESCO

La Collegiata di Maiori ha una facciata settecentesca anche se ideata nell’ottocento composta da un quadro centrale e da due ali laterali; vi si aprono tre porte delle quali la centrale, rivestita di semplici valve di bronzo, è alta quasi il doppio delle due laterali. Il quadro centrale, a sua volta, si compone di una sezione inferiore, che fa corpo con le ali laterali e alle quali si congiunge con lesene,  sommate da capitelli composti, e di un fregio superiore, pure fiancheggiato da lesene,nel quale si apre una lunetta lucifera semicircolare. Al fregio è sovrapposto un frontone triangolare, con al centro un finestrino a occhio di bue.         

                                 LA NAVATA CENTRALE

L’interno della Collegiata è a tre navate, separate da massicci pilastri a stucco, ornati con lesene e dai piedistalli di marmo grigio. I pilastri hanno sostituito o ricoperto probabilmente le colonne marmoree originali. Le navate laterali sono coperte con volte a vela scandite da sottarchi, e tutte rivestite di stucco bianco; sono certamente d’impianto posteriore alla navata centrale, com’è dimostrato dal fatto che il tetto della loro copertura occlude parzialmente i finestroni lucifori della predetta navata centrale. Notevole è l’ effetto decorativo creato dall’ armonia dei colori dei quadroni: dall’oro delle cornici e dei fregi, al bianco e al verde cromo dei fondali. Al centro del soffitto è inserita una Madonna con Bambino, in rilievo, di legno finemente dorato, in campo azzurro tempestato di stelle. La piastrellatura è opera di artisti vietresi della metà dell’ ottocento. Al sommo della cupola si erge una lanterna cilindrica con ampie finestre, sormontata a sua volta una cupoletta rivestita anch’ essa da embrici, a fasce gialli e verdi. Il presbiterio, con stalli per il coro, è fiancheggiato da due ampie cappelle. Fra la navata centrale e il transattosi erge un’ arco trionfale rivestito di stucco bianco. Alle pareti della navata centrale sono attaccati sei dipinti ad olio. Dal centro della navata sinistra si accede alla sacrestia che si sviluppa su pianta a croce greca sotto di essa c’è la cripta che vanta di una piastrellazione maiolicata.

                               LE NAVATE LATERALI

Nell’ingresso della navata destra ci sono quattro dipinti, che illustrano episodi di interventi miracolosi della Madonna  in naufragi. Viene poi un altare di marmo bianco decorato con un listello a greca, di marmo nero: alla parete vi è una grande pala di autore ignoto che ritrae la Madonna della Salette; segue un altare di marmo in tarsiato di autore ignoto raffigurante Gesù gravato dalla croce, confortato dalla Veronica; indi una maestosa porta di legno lucido che occlude un vano che custodisce effigie sacre; segue altro altare di marmo intarsiato con quadro della Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina da Siena; viene quindi l’altare che ha nel basamento lo stemma della famiglia “De Mediocapite” (Mezzacapo): scudo ovale, circondato da una stella a otto punte, che nella metà inferiore è attraversato da tre bande diagonali scure, mentre nella metà superiore campeggia il busto di un moro con la testa seminascosta da una larga benda; passando alla navata sinistra, sempre a partire dall’ingresso, si nota un vano protetto da un cancello in ferro, nel quale è custodito un fonte battesimale che deve risalire quasi certamente ai primordi dell’edificazione. Il font di pietra scura levigata, con figura in bassorilievo, ed è sormontato da un’ alta cupola di legno di  legno di epoca posteriore, poi segue un altare marmoreo. Vi sono due acquasantiere di marmo levigato e finemente lavorate con piccole figure in rilievo.               

                 CAPPELLA DEL SS. SACRAMENTO

La Cappella del SS. Sacramento è divisa in due scomparti: l’altare e l’antisala ; i soffitti a volta sono dipinti dal pittore Raffaele d’Amato. Il maestoso altare è arricchito da quattro pannelli due per ogni lato. Ci sono raffigurati i quattro evangelisti e gli viene dato un simbolo: a Matteo un angelo, a Giovanni un aquila, per Marco il leone e per luca il bue.

             

 

         LA MONUMENTALE SAGRESTIA

 

Dalla navata sinistra si accede, come detto in precedenza, alla monumentale Sagrestia. Notiamo che, anche qui, il pavimento è formato da quadroni marmorei posti in diagonale. Lungo l’ asse longitudinale del pavimento sono inseriti tre cerchi di marmo scuro, in ognuno dei quali è iscritta una stella a otto punte. Ai lati dell’ ingresso vi sono due imponenti mobili di noce chiaro, costruiti nel 1900 e destinati alla conservazione di arredi sacri. Alle pareti dell’ingresso, campeggiano due vaste tele: a destra dell’ingresso una tela di autore ignoto molto deteriorata, di metri 2 X 1,70, rappresenta due devoti personaggi che raccolgono pietosamente il corpo di S. Pantaleone; a sinistra, altra tela di m. 1,80 x 1,50 circa, di buona fattura, che rappresenta la cerimonia della Circoncisione. Sull’architrave della porta di fondo a destra: una Pietà; su quello della porta a sinistra: CENA DI EMMAUS. Sulla porta d’accesso alla Sagrestia si trova un ritratto ovale dell’ arcivescovo di Amalfi, Maiorisini, datato 1894 e dipinto da Gaetano Capone.

                                         IL CAMPANILE

Abbiamo lasciato per ultimo il campanile che è certamente la struttura più recente di tutto il complesso architettonico. Esso non presenta particolari caratteristiche. E’ a tre piani sovrapposti, di forma parallelepipeda: il primo volume ha una porta che da sul sagrato (lato nord) e tre finestroni con arco a tutto sesto sugli altri lati, ornati con modanature finite collone angolari, dell’ ordine toscano; il secondo volume è finestrato sui quattro lati, ornato con modanature e capitelli dell’ ordine ionico; il terzo infine è ornato con capitelli dell’ordine corinzio e reca su tre lati i quadranti del grande orologio, che funzione anche da Orologio Civico. La muratura portante del campanile è di mattoni, color rosso pallido, levigati; le modanature e le finite colonne sono rivestite di stucco grigio turchino, i fregi e capitelli di stucco color ocra.

                                                  IL TESORO

Il tesoro che arricchisce il  piccolo museo ubicato nella cripta vanta i seguenti pezzi: Un prezioso paliotto o polittico di alabastro,prodotto dall’arte inglese del XV sec.; le sei formelle descrivono rispettivamente: S. Margherita, l’ Annunciazione, la Natività, l’ Ascensione, l’ Incoronazione e S. Giacomo. E’ stato classificato e descritto magistralmente nel volume “ Sculture lignee della Campania” a cura di Ferdinando Bologna e Raffaello Causa, con prefazione di Bruno Molajoli, edito a Napoli nel 1950. Le formelle sono innestate su base policroma incorniciate da elementi a pinnacoli traforati, dai quali mancano alcune schegge. A detta dei due studiosi napoletani, il polittico di Maiori si può considerare il più antico e di più pregevole fattura, dei pochi esemplari del genere esistente in Italia. Gli altri pezzi si trovano a Genova, nel palazzo bianco, a S. Benedetto a settimo presso Pisa, nel museo Civico di Ferrara, nella pinacoteca di Napoli e pochi altri.Una stupenda pergamena di canto fermo, composta  da salterio, antifonario, graduale, manoscritta con pregevoli miniature.

                      MADONNA DELL’AVVOCATA CON BAMBINO

Scultura lignea alta m. 1,25 molto restaurata. Assai pregevoli i drappeggi della veste.

                                       MADONNA IN GLORIA

Statua lignea con altezza m. 1,69. Secondo gli autori citati è un’opera stupenda, un capolavoro,  solo recentemente notato dagli studiosi. Si può paragonare a un vero bassorilievo in tutto tondo, e si avvicina al bellissimo bassorilievo del napoletano Annibale Caccavallo (1515 – 1570 circa), dello stesso soggetto, posto nella cappella De Tocco nel Duomo di Napoli. La scultura che si può datare al primo Cinquecento, viene dai due studiosi attribuita con riserva al medesimo Caccavallo se non addirittura al suo maestro Diego de Siloè (1495 – 1563).

 

                                     MADONNA COL  PUTTO

Di autore ignoto; altezza m. 1,25. E’ la famosa Madonna nera venerata dai Maioresi con il titolo di S. Maria a Mare. Non è facile determinare l’epoca di esecuzione, è certamente molto antica.

                                                 LA CRIPTA

Secondo l’emerito architetto e storico dell’arte Armando Schiavo, la costruzione della sagrestia, e della sottostante cripta, della Collegiata di Maiori, deve collocarsi alla fine del secolo XVIII o ai primi del secolo successivo; quindi la loro edificazione deve essere posteriore a quella del complesso principale della basilica. Dalla navata sinistra della Collegiata  si accede alla monumentale sagrestia, che si sviluppa su pianta a croce greca; dalla sagrestia discendendo due scale, mediante le quali si perviene alla sottoposta cripta: la scala che inizia dal lato occidentale è più agevole; l’ altra invece è ripida e angusta. La cripta si stende su pianta a croce greca ed è costituita da un transetto e da un presbiterio.

Il transetto è a pianta regolare misura m. 11,5 per 5,5 m. circa. Il presbiterio è la parte avanzata della cripta, a pianta semicircolare si allunga verso il transetto ed è illuminato da tre finestroni.

 

                          DA RETTORIA A INSIGNE COLLEGIATA:                                  

 Il titolo di Collegiata comportava l’istituzione di un capitolo con statuto particolare composto di quattro dignitari,otto canonici e quattro ebdomadari.

                        

                                        L’ORGANO PLURIFONICO

In data primo marzo 1900 il presidente delle opere per la chiesa Giuseppe D’amato ha chiesto al sindaco di dotare la Collegiata di un nuovo organo a ridosso dell’entrata principale. L’opera doveva essere completata entro il 30 ottobre 1904, e il prezzo fissato in lire ventunmila, pagabili in diverse rate, di cui la prima, di lire cinquemila, alla firma del contratto e l’ultima, di lire seimila, a collaudo avvenuto. Finalmente, il 22 novembre 1904 si riunirono la commissione  per l’opera della Chiesa e la commissione del collaudo, i cui componenti sono inviati a proferire il  loro  autorevole giudizio sulla esecuzione dell’opera. La commissione, dopo un esame coscienzioso dello strumento, e da molteplici esperimenti eseguiti sulla parte meccanica, sulle caratteristiche foniche e sul sistema di manticeria, esprime il proprio vivo compiacimento, congratulandosi con l’egregio costruttore per le sue “industriose trovate”, e formula il voto che organi siffatti abbiano a decorare altre belle Chiese del Mezzogiorno d’Italia. Recentemente nel 2002 l’Organo “ZENO FEDELI” è stato restaurato in presenza del parroco di Maiori “Don Vincenzo Taiani”.

                    

                              COSA SIGNIFICA COLLEGIATA?

Nel 1905 il papa Giulio II elevò la parrocchia di S. Maria a Mare  ad insigne Collegiata. La Collegiata è un titolo che si dava ad una chiesa che avesse un collegio di almeno undici Sacerdoti che si riunivano  nelle ore stabilite dalla Chiesa per la recita dell’ ufficio divino. Gli undici canonici erano guidati dal Prevosto che aveva il privilegio di indossare le insigne Viscopali (anello, croce pettorale, mitra e pastorale).

 

                                   IL MUSEO D’ARTE SACRA

Il Museo della Collegiata di S. Maria a Mare in Maiori nasce da tre intuizioni di fondo: avere a cuore la custodia delle memorie del passato e salvaguardarne l’imponente patrimonio artistico; non tenere nascosti i beni culturali dell’ insigne Collegiata Santuario tramandataci dai padri, ma offrirli alla funzione di tutti, Cristiani e non, in modo che essi compaiano, nell’oggi, una indiscussa e privilegiata testimonianza di un passato cattolico glorioso della nostra storia patria caratterizzato da un fermo e radicato convincimento religioso; tramandare, possibilmente migliorato, ciò che ci è stato affidato e ci è pervenuto alle generazioni future, perché anch’esse possano riscaldarsi al fuoco acceso nei secoli che furono da coloro che le hanno precedute nel segno della fede e possano riscoprire in quell’eredità uno stimolo impareggiabile alla riscoperta e all’approfondimento dei genuini valori cristiani. Il Museo è stato intitolato a Don Clemente Confalone.

                     

                                          INTRODUZIONE  

Le “arti minori”, pur costituendo una parte viva e vitale della “civiltà figurativa”, hanno dovuto sopportare, per lungo tempo, l’onta dell’incuria e del disinteresse per una spiccata propensione verso quelle “maggiori”, sulle quali si è riservata l’attenzione degli specialisti. Fortunatamente la nascita delle nuove generazioni mussali, tra le quali si annovera il museo d’arte sacra  ‘Don Clemente Confalone ’, ha fatto si che un patrimonio di in compensabile valenza artistica.

È il segno della nuova stagione che intende offrire anche un contributo sia pure limitato, alla storiografia dell’arte. “La conservazione – affermava Raffaello Causa  -  è sempre, e innanzitutto, conoscenza filosofica.

 

                     ARGENTERIA SACRA DEL REGNO DI NAPOLI

In età Barocca l’arte argentaria del Regno di Napoli ebbe il suo massimo sviluppo. Fiorenti furono anche le botteghe di artigiani in epoca angioina e aragonese. Vigevano regole precise imposte statutariamente dalla corporazione. I più affermati argentieri assurgevano la carica di “console” e avevano il compito di garantire la qualità del prodotto attraverso l’apposizione del bollo dell’Arte e di quello consolare che doveva indicare le iniziali del loro nome seguite da una C, che, nel XVIII secolo, sarà posta al di sotto di esse. Quattro erano i “consoli”due per l’oro e due per l’argento, e duravano in carica un anno. Il marchio dell’Arte in Napoli risale al periodo di Giovanna I d’Angiò. Ferrante d’ Aragona, nel suo statuto, richiama l’ obbligo della marcatura, confermata nel 1505, da Ferdinando il Cattolico, che rivendicava ufficialmente, attraverso questa marcatura, l’ origine napoletana della produzione.  Siffatti cogenti disposizioni, purtroppo, non sempre rispettate, rimasero in vigore fino al 1808, anno in cui Gioacchino Murat abolì la corporazione e introdusse una nuova marcatura su modello francese. La nuova bollatura, che ebbe vita fino al 1823, consisteva in una  testina di Partenope, in visione frontale, affiancata da un numero, che era il quarto per gli argenti da 917/1000  e il quinto per quelli da 834/1000. 9Nel primo periodo di attuazione del nuovo ordinamento furono introdotte temporaneamente varianti al bollo per la legalizzazione dei manufatti già realizzati.

 

                                       CROCE PROCESSIONALE

L’asta professionale, quadripartita è scandita da collarini bombati, è realizzata in lamina sbalzata e decorata con fasce lisce ad intreccio romboidale che includono strilizzati quadrifogli. La parte terminale è a cipolla, mentre la cannula d’innesto nella parte superiore è lavorata con foglie d’acanto e l’ance, motivi riproposti nella parte inferiore della macolla. Quest’ultima presenta, nella fascia mediana,

l’immagine di S. Maria a Mare e due coppie di teste di angeli ritmate da un percorso di motivi floreali. Un’ampia baccellatura, che si restringe fino al collarino, completa la parte superiore della macolla, su cui si innesta un nodo di foglie d’ acanto.

                                       

                                                OSTENSORIO GRANDE

E’ sorretto da quattro piedi quadrangolari con volume a foglie d’ acanto e rosette. Presenta una base circolare a fasce concavo-convesse con la peculiarità dell’alternanza di tre diverse decorazioni. La fascia ornamentale inferiore è a “greca”.ad essa segue una prima parte concava liscia, su cui insiste una anello decorativo più stretto a foglie d’acanto, una seconda concavità liscia e un anello perlinato.                                       

 

                                                    OSTENSORIO PICCOLO

La base ellittica, poggiata su quattro piedi con volute, va rastremandosi verso l’alto, proponendo la consueta decorazione a foglie lanceolate e baccellature, tra due anelli, di cui quello in basso con “greca” e quello in alto con perlinatura a raccordo con un nodo baccellato, che sostiene il globo dorato.

Un angioletto seminudo con le braccia aperte verso l’alto sorregge la raggiera che avvolge la teca riccamente incorniciata da testine di angeli. Il tutto è coronato dalla croce. È marcato con “Testina di Partenope”frontale e il numero 5. il periodo è 1809 – 1823. il marchio dell’ argentiere è CS che può essere riferito a Carlo Spasiano o Carlo Schisano Junior.

        TRONO PER L’ESPOSIZIONE DEL SS. SACRAMENTO

Di grande effetto scenografico per la ricchezza e l’esuberanza del gusto barocco, esso è costituito da una struttura in legno che nella quasi totalità è rivestito da lamine d’argento. Una grande corona sorretta da due angioletti culmina il globo dorato con una croce.

                                          CORONA

Splendida per le sue incisioni sormontata da dodici stelle e decorata con teste di cherubini.

                                      SECCHIELLO

La base di forma circolare, presenta decorazioni a foglie e lance. La parte centrale e quella svasata è liscia ed è interrotta da due protomi ai quali è applicato il manico mistilineo.

                                  CROCE D’ALTARE

La croce, in lamina su legno raffigura il Cristo già morto con il capo reclinato a destra. I tre terminali presentano decori floreali, il quarto rappresenta l’immagine di S. Maria a Mare.

 

  COPPIA DI CALICI DI BIAGIO GIORDANO

Semplici nella loro elegante sobrietà i due calici costituiscono un pendant di rara finezza. L’ autore è Biagio Giordano, famoso argentiere napoletano.

Altri due calici sono presenti nel museo:   CALICE CON CORNUCOPIE e il CALICE DI ROMUALDO DE ROSA, entrambi di gusto neoclassico.

                                 IL COFANETTO DEGLI EMBRIACHI

La famiglia degli Embriachi, di origine fiorentina fece risorgere l’ arte dell’ avorio e ancor più difficile l’ arte del osso, materiale meno pregiato, con esso venivano scolpite placchette inserite in strutture lignee.

Il periodo più felice e florido fu quello di Baldassarre e Benedetto, suo figlio naturale i quali si specializzarono nella produzione di cofanetti, molti di essi sono presenti in musei e chiese italiane. Tra i tanti vanno menzionati quello “reliquiario” che raffigura la storia dei Santi Cosma e Damiano del duomo di Amalfi, le Storie della Leggenda Di Giasone nel museo nazionale di Capodimonte e poi le Storie della Leggenda Di Paride della Chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino.

Tra le storie più rappresentate della bottega degli Embriachi è quella della “Regina Stella e Mattabruna” che si trova a Maiori. Il cofanetto è lungo cm 39 largo cm 24 ed è composto da sei riquadri di 3,7 cm x 9,7 cm. La storia nel primo riquadro rappresenta la scena della regina Mattabruna per completarsi nel sesto riquadro con la rappresentazione di un angelo.

Il primo riquadro raffigura la Regina Mattabruna che odia la nuora Stella, trama la sostituzione dei sette neonati con cuccioli di cane, per screditarla dal Re Oriant De L’ Illefort. La scena successiva  vede la presentazione dei cuccioli al  sovrano e l’indignazione dello tesso seguita dalla tristezza Regina Stella, caduta in tranello.

Nel secondo riquadro la Mattabruna convince un servitore a procedere all’uccisione dei neonati. Il servo mosso a pietà lascia nel bosco i sette pargoli.

Il terzo riquadro ambientato nel bosco, un eremita scopre i neonati e li prende con se affidandosi  alla protezione di Dio.

Nel quarto riquadro si apre con l’immagine dell’eremita che fa allattare i piccoli da una cerva. Il quinto riquadro rappresenta la Mattabruna che cospira all’uccisione dei nipoti. Malquarres ritrova i fanciulli nel bosco e preso da commozione anziché  ucciderli ruba a sei di essi le catene d’oro simbolo della loro nascita regale. Prodigiosamente i sei fanciulli si trasformano in cigni, ma il settimo, di nome Elias continua a vivere con l’eremita.

Il sesto riquadro raffigura l’apparizione di un angelo che rivela al vecchio le losche intenzioni della Mattabruna e la decisione della stessa di far uccidere la regina Stella l’angelo invita l’eremita a recarsi alla reggia con Elias. Al cospetto del re e della corte inaspettatamente sono presenti anche gli altri sei fanciulli che hanno ripreso le sembianze umane. La verità trionfa con la riconciliazione tra il re e la regina Stella. Nel sesto riquadro manca l’ultima come momento conclusivo della vicenda.

                                                  IL PALIOTTO IN ALABASTRO

Dalla metà del trecento fu molto diffusa in Inghilterra la produzione di polittici in alabastro. Furono molti gli intagliatori di questa pietra dalla calda tonalità. L’alabastro veniva estratto dalle cave della Contea e famosi  divennero gli scultori di Nottingham. L’esemplare di Maiori è da ritenersi più antico degli altri e di più  pregevole fattura. L’opera si compone di sette lastre di alabastro inserite in telaio ligneo con dimensioni di 2 m e 12 cm di lunghezza e di 71 cm di altezza.

1)La prima lastra è dedicata a S. Margherita,

2)la seconda raffigura l’Annunciazione,

3)la terza raffigura la Natività,

4)la quarta la Resurrezione,

5)la quinta l’Assunzione,

6)la sesta l’incoronazione 
7)la settima S. Giacomo.

                                                    ANTIFONARI

Sono due opere rimaste delle quattro, di cui si è a conoscenza storica, di discreta fattura napoletana della fine del XV sec., in carta pecora con qualche fondo oro e motivi floreali, e con rivestimento in legno e pelle. Contengono testi sacri per la salmodia corale dei canonici. Purtroppo molte pagine sono andate perdute.

                                    PIATTI  DA  QUESTUA   

 

Il primo in ottone raffigura un leone di S. Marco. Il secondo in rame con al centro una Madonna, un bambino e due angeli. Il terzo anch’esso in rame ha il fondo con decori tripartiti di varie forme. I tre piatti servivano per la raccolta di offerte durante le sacre liturgie.

Le altre opere che il museo contiene  sono:

l’ estasi di S. Andrea Avellino impreziosita da una cornice dorata; L’ Immacolata; Il busto di S. Biagio; La Madonna del Carmine ; La Madonna Addolorata; S. Trifone; S. Lucia; S. Apollonia; S. Cosma; S. Michele; La Madonna dell’ Avvocata; Il busto di S. Giuseppe; Il busto di S. Andrea apostolo e la Madonna In Gloria. In due ampie vetrine sono esposti i numerosi paramenti sacri della Collegiata: il pianeta in velluto rosso; il pianeta rossa in seta; pianeta in seta ricamata in oro e il pianeta bianca in seta ricamata in oro.

 

 

 

 

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