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Riello: la riforma Moratti potrebbe creare
scompensi, fatichiamo già a trovare operai. Ultimi
in Europa negli stage
Per essere una novità, lo è sul serio. Basta
guardare le statistiche: l’alternanza
studio-lavoro in Italia è ferma al palo. Zero per
cento. E non ci si può nemmeno consolare con
l’erba stenta dei vicini, dato che la Svizzera
totalizza un 56,8% da fare invidia anche a Francia
(20,2%) e Germania (48,7%). Bisognerà rimboccarsi
le maniche, quindi, per concretizzare la parte di
decreto approvata in via preliminare dal Consiglio
dei ministri: la possibilità di seguire nel secondo
ciclo percorsi di formazione professionale che
alternino periodi sui banchi a stage in fabbrica o
azienda. Se tutti concordano sulla necessità di
colmare il gap, c’è chi avanza qualche dubbio. Sì
al tandem scuola-lavoro, ma «con juicio»: «L’innalzamento
a 18 anni del diritto-dovere scolastico può creare
scompensi nel passaggio nel mondo del lavoro -
commenta Alessandro Riello, presidente pro tempore
della Federazione Industriali del Veneto -.
L’alternanza, invece, la riserverei agli allievi
degli ultimi anni per evitare di appesantire le
imprese, anche nei costi».
IN EUROPA - In questo campo la parte del leone, si
è detto, la fanno gli svizzeri. E svizzero è
Norberto Bottani, direttore del Servizio di ricerca
sull’istruzione di Ginevra. Che sostiene: «La
scuola non va più concepita come la fabbrica di un
tempo, che confezionava prodotti finiti secondo un
modello di produzione unico. Al diploma si può
arrivare attraverso percorsi molteplici, con un
sistema flessibile». L’alternanza scuola-lavoro,
fondamentale all’estero per attrarre studenti (nei
Paesi Ocse gli allievi dei professionali sono il
doppio in media rispetto al nostro Paese). Che in
Italia non è mai esistita, almeno non come rapporto
organico e «centralizzato» tra aziende e istituti.
«Ma a Milano, Bologna, Venezia - ricorda Enrico
Panini, segretario della Cgil Scuola - ci sono
esperienze di alto livello, nate una ventina di anni
fa per dare un ruolo formativo al lavoro. La paura
è che questa volta il termine
"alternanza" nasconda un lavoro che è
addestramento, e un rapporto con la scuola ridotto
al minimo». E conclude: «La qualità oggi c’è,
ed è stata conquistata grazie all’impegno di
insegnanti e dirigenti per superare i limiti
concreti dovuti ad esempio alla carenza di fondi e
strutture. Ma la divisione tra sapere puro e
addestramento al lavoro rischia di cancellarla.
Quello che denuncio, insomma, non è il rapporto
della scuola con il lavoro, ma la povertà di un
modello che sminuisce il valore di entrambi».
TECNICI E PROFESSIONALI OGGI - La situazione attuale
della «seconda gamba» della riforma, tecnici e
professionali, appunto, rispecchia una realtà ricca
di spunti e contraddizioni. A fronte del calo di
iscritti ai tecnici, la buona notizia è il trend
positivo dei professionali, iniziato nei primi anni
’80. «Più 1,78% dal ’98 - commenta Alessandra
Cenerini, presidente dell’Adi, l’Associazione
docenti italiani -, contro l’1,27% dei licei e il
-2,38% dei tecnici». Con un ruolo fondamentale per
l’integrazione: nel Nordest gli stranieri al primo
anno dei professionali sono il 9,11% (la media
nazionale è del 4,88%), contro il 4,36% dei tecnici
e l’1,69% dei licei. «Negli anni ’60 - spiega
Maria Pia D’Angelo Rositi, preside del
professionale per il commercio e per il turismo
Bertarelli, a Milano - c’era il compito storico di
dare cultura all’immigrazione interna. Oggi, a
quella dall’estero». Ma perché la crisi dei
tecnici? «Nei primi anni ’90 - racconta Ave
Ponzielli, preside dell’Itis Galvani di Milano -
c’è stata una spinta verso il "tutto per
tutti", con un calo della qualità». Poi c’è
il problema dei fondi. E la crisi delle docenze
nelle materie tecnologiche. Dove i professori, se ci
sono, hanno un doppio lavoro.
VERSO IL FUTURO - Ma come si relaziona oggi la
scuola con il mondo del lavoro? Nei casi più
fortunati gli studenti del quarto anno usufruiscono
di stage di qualche settimana. Ma con la riforma già
da settembre tutto potrebbe cambiare. Previo accordo
con gli industriali. Che soprattutto nel Nordest in
piena «crisi vocazionale» avanzano qualche dubbio:
«È giusto che i giovani entrino più preparati nel
mondo del lavoro - commenta Riello - ma innalzare
l’obbligo può avere un effetto boomerang. Già
oggi se cerchiamo un operaio qualificato troviamo
solo diplomati che preferiscono rimanere disoccupati».
La paura, insomma, è quella di uno scompenso nelle
aziende. E anche l’alternanza «non andrebbe
inserita nei primi anni, perché per le industrie
sarebbe difficile accogliere con profitto reciproco
(e senza rischi di sfruttamento) ragazzi così
giovani». Con un ultimo rischio da non
sottovalutare: «Nelle aree meno sviluppate i
giovani a scuola sono moltissimi, le aziende poche.
Proprio per questo credo che l’avviamento del
processo debba essere graduale. Partendo da un
dialogo molto franco tra scuola e imprese».
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